Un viaggio di ritorno

Non è detto che vacanza sia sempre sinonimo di novità o ricerca dell’ignoto. A volte capita di fare una vacanza per tornare a rivedere un paesaggio, camminare in strade già note e ritrovare luoghi dove i ricordi sono più forti. Molveno è un lago incastonato tra le Dolomiti del Brenta che conosco da tempo: tornare sulle sue rive è stato farsi di nuovo sedurre dalla luce delle sue acque tranquille dove si specchia il profilo delle montagne che disegnano il confine del chiaro orizzonte. Guardo il verde tenero dei prati che sfuma in quello più scuro degli abeti lungo il crinale dei monti e mi fermo sull’azzurro del lago, che quieto, si muove appena sotto il sole. Passeggio sulla riva, l’aria leggera aiuta il respiro. Mi sconcerta un poco solo la numerosa presenza di cani che accompagnano persone e famiglie in ogni dove: sono tanti, di tutte le razze, trascinati più o meno benevolmente da guinzagli di varia misura e resto perplessa dinanzi a questi poveri quadrupedi che, più che semplici animali da compagnia, sembrano essere diventati un mezzo per colmare chissà quale mancanza.

La Musica ha segnato la mia esistenza in vario modo determinandone il percorso professionale e non solo. Anche scegliere dove andare in vacanza è stato spesso assecondare la predilezione per mete che in qualche modo riconducessero alla Musica. E’ per questo che torno sempre volentieri in Val di Rabbi, un luogo amabile per la luminosa bellezza del paesaggio e per la memoria, ancora viva, della presenza di Arturo Benedetti Michelangeli che qui usava soggiornare durante i periodi liberi dai suoi impegni concertistici. E’ perfino commovente sapere che qui, in questa valle appartata, lo straordinario e insuperabile Maestro del Pianoforte, trovasse la quiete necessaria al suo riposo dedicandosi anche alla cura ed alla trascrizione dei canti di montagna da lui tanto amati. Il silenzio dei grandi boschi di abeti e larici è interrotto solo dal fragore delle acque del torrente Rabbi che attraversa fragorosamente tutto il fondo valle con le sue acque ferruginose: già note anticamente per la loro salubrità, oggi sono utilizzate per cure termali.

Non so dire bene perché torno sempre volentieri in Val di Rabbi, ma probabilmente la ragione sta nel fatto che il luogo mi permette di godere di due forme di bellezza: una è senz’altro quella del paesaggio, l’altra è la possibilità di assistere a concerti di interpreti di fama internazionale che qui si esibiscono durante il festival pianistico dedicato all’Arte di Arturo Benedetti Michelangeli. Forse la bellezza non salverà il mondo, ma io, come altri, ne ho bisogno per vivere, superare le angustie dei giorni, trovare consolazione e, perché no, senso e comprensione di questa nostra esistenza. Ascoltare Sokolov, come mi è capitato quest’anno, ha un valore sicuramente emozionale, ma che poi si protrae nel tempo diventando ricchezza interiore da preservare come un prezioso tesoro.

Storie di vicoli, fiori e antiche usanze.

Non importa andare lontano, basta fuggire da qui, da questo caldo opprimente. E’ sufficiente spostarsi un poco ed ecco: l’Appennino non ha la superba bellezza delle Alpi montane, ha un carattere più dimesso, un aspetto meno altero dove piccoli paesi si affacciano in posizione spericolata sui costoni dei monti circondati da verdi boschi dove ancora sopravvive l’orso marsicano.

Benedetto Croce è nato qui, a Pescasseroli a palazzo Sipari che oggi non è visitabile perché chiuso e mi domando quale mente illuminata preveda restauri proprio durante la stagione turistica, ma, si sa, in Italia non è cosa insolita. Non vi sono altre importanti attrattive, ma passeggiare per le strade di Pescasseroli riserva comunque gradevoli sorprese come i ruderi di dell’antico Castel Mancino, che appare lassù, su una rupe di roccia che sovrasta il centro storico. Edificato a scopo difensivo, probabilmente è stato il luogo del primo insediamento urbano.

La natura pianeggiante del luogo e il clima fresco invitano a camminare lungo le strade del paese abbellite da fiori multicolori che mani gentili hanno sistemato in modo fantasioso attorno alle finestre, ai portoni, fin sui muri delle case. I vicoli stretti del centro storico sono un tripudio di colori che arricchisce la semplice architettura urbana.

Anche la Chiesa parrocchiale di S. Pietro e Paolo, anticamente parte di un più vasto complesso abbaziale, ha una facciata essenziale e rigorosa che domina la piazza antistante dove, ancora una volta, un gioco geometrico di fiori, sistemati su una parete muraria laterale, ne ingentilisce i contorni.

E poi ci sono le sedie, le panchine e i sedili. Disseminati lungo tutte le strade, accanto alle case o ai negozi, permettono soste tranquille ai visitatori, ma sono anche l’occasione di ritrovo per le persone del luogo che vi si siedono per intrattenere conversazioni o passare il tempo in compagnia. Soprattutto nelle ore pomeridiane, donne e uomini si raccolgono intorno al portone di casa, si siedono e si raccontano quasi come in una veglia diurna dove il quotidiano diventa storia da condividere. Ci sono giovani donne con i bambini a fianco o nei passeggini, signore che paiono arrivare dopo aver concluso le faccende domestiche, signori compiaciuti che fumano lentamente un sigaro e se non ci sono abbastanza sedie, ecco che se ne porta una fuori da casa lasciando tranquillamente le chiavi appese al portone. Le chiacchiere qui hanno sostituito i social network: le parole sono vere, reali come gli sguardi e i sorrisi. Sì, qualcuno ha il telefonino, ma è quasi ignorato e quello che prevale è una calma serena e reciproca che si rivela nei gesti dettati da una abituale conoscenza nelle confidenziali conversazioni nel dialetto locale.

I lunghi steli fioriti della Malvarosa che cresce spontanea ovunque e qui chiamano Malvone, accompagna il soggiorno in questo luogo che, per un poco, fa dimenticare il confuso affanno di questo nostro tempo riportandoci ad una dimensione di consolante, semplice umanità.

Pausa

Luce, passi frettolosi, voci che si rincorrono. “Si lavi con la soluzione del flacone che trova sopra il tavolino. Questi per asciugarsi. Ha un’ora poi andiamo”. So che è oggi. L’acqua mi scorre addosso, allaga un poco il pavimento, ma è fresco preludio che scioglie un poco l’ansia dell’attesa. Una veste di carta azzurra mi avvolge, copre disordinatamente la mia nudità, indosso strette calze bianche con l’aiuto di un’infermiera. “Torni a stendersi, arriviamo subito” Aspetto, docile, obbediente; i minuti passano lenti. Il letto si muove leggero spinto da due persone che non vedo, oltrepassa porte, curva lungo corridoi, luci al neon scorrono sopra la mia testa come una giostra che d’improvviso di ferma. Rumori, ancora voci diverse, il volto di un uomo si avvicina. Di nuovo l’ago che mi ferisce, non mi muovo, fa male. Sono carne, sangue, corpo senza pudore né difese, inerme, arrendevole, tornato bambino senza carezze. “No, non le faremo sentire più nulla”. Ecco, sei tu, l’uomo del sonno senza sogni, sono arrivata, sono da te, la notte mi ingoia e annego in un pozzo buio.

Qualcuno mi chiama, riconosco il mio nome, ma non il luogo, estraneo, confuso. I numeri rossi di un display mi ferisce gli occhi. Riesco a leggere: segna le 15,30, ma è un attimo e ripiombo nel mio sonno nero. Tempo, ci vuole tempo per aprire gli occhi, sono pesanti, non posso, è ancora presto, dormo ancora, poi una mano mi tocca, è fresca, sistema qualcosa al mio fianco, fai pure, non svegliarmi, ancora no. Di nuovo i numeri rossi sul display davanti a me, le 17,15, laggiù in fondo a questa stanza dai contorni incerti, vedo male fra le ciglia che si richiudono. Il letto si muove ancora, corre sulle ruote, ma piano, la giostra riprende, dove mi portate, ditemi, dove? Ancora un poco, riconosco la camera, luce, calore al petto, non ho più forze, forse è già sera.

Bianchi cerotti nascondono ferite, rimango ferma, limito i movimenti. Imparo a riconoscere questo mio corpo entro il perimetro di nuovo dolore, passo ore in pensieri vacui, la testa vuota e il gorgoglio dell’ossigeno qui sopra il mio letto con la cannula che, malferma sul mio naso, aiuta il respiro. La stanza inondata di sole sembra beffarsi di questo forzato riposo che mi stanca. Le gambe inquiete sotto il lenzuolo e il tempo che si fa attesa, lunga, sospesa, fino alla notte di un altro giorno.

Un impertinente chiaro di luna filtra dalle spesse lastre che fungono da persiane creando strisce luminose sulla parete. Riverberi d’ansia inquietano la notte che allunga le ore d’insonnia. Un cono di luce avanza, illumina il pavimento, si avvicina al mio letto una voce: “Stai male..?”. No, forse, non riesco a dormire. Un sospiro, la luce si spegne, un’ombra si allontana. Resto a guardare il bianco lunare che disegna un paesaggio fatato.

Indossare di nuovo un vestito, le scarpe, chiudere la borsa, uscire da qui. E’ vero? Posso davvero? Devo camminare lentamente, ogni passo è un rimbalzo di dolore, ma non fa troppo male, non ora. La porta si apre. Sei qui: la tua mano fedele è ancora con me, ancora mi accompagna. Riconquisto il cielo non più confinato nel quadro di una finestra, l’aria è calda ma un vento leggero mi muove i capelli. Sono tornata, ho viaggiato attraverso un palude di ombre per ritrovare di nuovo i miei passi e ora sono qui, dove il giorno non è ancora finito. Il quotidiano ritorna: sì, un caffè al bar, perché no? E’ ancora presto, abbiamo tutto il tempo e i pensieri si fanno leggeri, di carta velina, bianchi di luce nuova come la promessa di un domani ritrovato.

La ferocia

Anni fa avevo pensato di fare un viaggio a Kiev: mi dicevano che era una bella città da visitare, poi però il viaggio non l’ho mai fatto e credo che ormai non lo farò più. Sono giorni che vedo quotidianamente immagini non solo di Kiev, ma di molta parte dell’Ucraina che somigliano terribilmente ad altre scene di distruzione provenienti da Paesi e luoghi anche più lontani ma uguali per devastazione. Confesso che preferisco ascoltare la radio evitando programmi tv dove predomina la telecronaca in diretta della guerra o filmati che appaiono sui vari social a sostegno di teorie più o meno strampalate che pretendono di capire, spiegare, raccontare quello mi pare solo un indegno spettacolo di morte.

Non entro nel merito di questa ultima guerra che, per il solo fatto di essere in Europa, sembra godere di maggiori diritti di cronaca. Ma a quante guerre abbiamo assistito negli ultimi anni? Guerre in Paesi lontani, ma sempre guerre, con lo strascico di orrori e nefandezze che qualunque conflitto porta con sé. L’uomo, fra tutte le specie che abitano il pianeta, è l’unico che riesce a distruggere l’habitat in cui vive: così, insieme alle guerre, negli ultimi anni, oltre la persistente pandemia, stiamo assistendo a cambiamenti climatici, alla scomparsa di specie animali e alle modificazioni di una Natura che, per nostra responsabilità, sta perdendo i suoi ritmi e le sue peculiarità con tutti i rischi che ne conseguono.

Già dopo la seconda guerra mondiale, gli storici e gli osservatori più attenti hanno spiegato come le vittime di guerra, nel mondo contemporaneo, sono soprattutto i civili, le persone, per intendersi, che non indossano divise militari e lo provano non solo i resoconti della guerra ucraina, ma anche quella in Yemen, in Palestina, in Afganistan, in Etiopia, in Nigeria e l’elenco potrebbe continuare. E mi viene da pensare che, in qualche modo, siamo tutti vittime di questo nostro difficile tempo. Lo penso perché anche noi, che dal divano di casa guardiamo le immagini di queste tragedie, siamo vittime di una concezione dell’umanità che mi fa rabbrividire.

Di fatto la persona ha perso la sua sacrale centralità nel mondo e diventando “massa” esiste solo nelle statistiche: è un numero, un’entità astratta che si misura e valuta in base a spregiudicati criteri economici poco inclini a patteggiare con disegni politici diversi dai propri interessi. Io valgo come consumatore, ma ben poco come essere umano: appena “conviene” la mia umanità, il mio essere, la mia storia, il mo pensiero, la mia vita vengono sacrificate, considerate meno di niente. E non è necessario essere in guerra perché la strana Pace che mi trovo a vivere in questa parte di mondo, è solo un privilegio che pretende il mio silenzio, la mia immobilità, la mia resa. Mi sento in colpa, ho un senso di frustrazione e una profonda rabbia per la mia impotenza: cosa me ne faccio di tutta l’informazione sui massacri ceceni, afgani, birmani e di sapere che intanto il corallo muore per l’innalzamento della temperatura dei mari? Quale possibilità mi resta per cambiare questo stato di cose? Sì: faccio donazioni, acquisti solidali, mi prodigo nel volontariato, ma non sono un medico utile per Emergency o Medici senza Frontiere, non ho l’età né le competenze per partire e difendere lo scempio della foresta amazzonica o aiutare le donne del Burkina Faso. Continuo a vivere il mo stato privilegiato con un senso di pena che mi fa guardare con simpatia la giovane Greta senza che il mio smarrimento si attenui e trovi conforto in una concreta speranza.

Il nostro mondo interconnesso si avvale di una tecnologia in costante evoluzione che, se da una parte offre meraviglie, dall’altra disorienta, pone domande, crea nuove modalità di convivenza, impone scelte inedite e chiede il coraggio di un pensiero capace di perpetuo rinnovamento. Il nostro presente, invece, è diventato incerto e accidentato: la politica nazionale e internazionale sembra avere abdicato a favore di una vorace economia finanziaria e la sua afasia favorisce rigurgiti nazionalistici, crudeli dittature, vecchi culti personalistici che impazzano ovunque generando disastri dove, ancora una volta, le persone, i civili pagano sempre il prezzo più alto. Le immagini di stragi e morti violente che vedo di continuo passarmi dinanzi attraverso la televisione, il computer, il mio telefono generano assuefazione fino all’indifferenza: lo spiegano gli psicologi e gli studiosi del nostro cervello. E’ senz’altro vero, ma a volte mi chiedo se è più feroce l’atto violento in sé visto nello schermo o il mio “guardare” mentre intanto mangio gli spaghetti. In realtà non so più molto bene a cosa corrisponde la mia umanità.

Non mi dilungo, ma oggi è di nuovo il 25 Aprile e credo che dovremmo pretendere una speranza nuova: ne abbiamo bisogno, tutti. E ne hanno bisogno soprattutto le nuove generazioni a cui lasceremo un’eredità con molti interrogativi ancora senza risposte.

Clara Haskil

E’ nella natura della Musica come del Teatro o della Danza, avere la necessità di un interprete per esplicitarsi. Una composizione musicale, un copione o uno schema coreografico non sono che tracce della creatività di Autori che resterebbero mute senza l’apporto di coloro che riescono a renderle vive e presenti. Altre forme d’Arte non hanno bisogno di interpreti: un Caravaggio, un Rembrandt, un Modigliani o un Picasso sono tali per sempre come l’Autore li ha pensati e voluti, così come succede alla scultura di un Bernini, un Michelangelo o un Rodin.

L’interprete, d’altra parte, è destinato ad essere sostituito e sorpassato dalle generazioni che nel tempo si succedono. E’ inevitabilmente soggetto alle mode, agli stili del tempo e pochi sono quelli che rimangono come esempi luminosi e memorabili per le loro capacità e performance. In campo musicale, come è facile immaginare, la possibilità della registrazione sonora ci ha lasciato testimonianza di interpretazioni che hanno fatto scuola ed ancora sono punti di riferimento per le nuove generazioni e di sicuro Clara Haskil ne è ancora oggi un formidabile esempio.

“…per quanto mi ricordi sono stata sempre sensibile se non ipersensibile alla Musica. Nacqui a Bucarest in una famiglia in cui la Musica era in primo piano. Fui portata a Vienna da piccola da uno zio melomane e iniziai i miei studi musicali…” A Vienna Clara, che proviene da una famiglia ebrea sefardita, studia con il maestro Richard Robert e successivamente a Parigi con Alfred Cortot. A 10 anni dà il suo primo concerto, a 15 anni, nel 1910, vince il Premier Prix a Parigi ed inizia la carriera concertistica. Essere un enfant prodige la fa crescere in fretta proiettandola in un mondo adulto che, se anche l’ammira, ne mortifica l’adolescenza impedendole di mantenere rapporti, scambi e frequentazioni con i coetanei. Forse per questo, da adulta, manifesterà un carattere difficile nelle relazioni con gli altri: era maldestra, fragile, insicura, a suo agio solo con i bambini.

Ospedale marittimo di Berck, ritratto fotografico di Clara adolescente

La sua carriera concertistica si interromperà a causa della guerra; soffre di scoliosi e viene ricoverata all’ospedale di Berck dove si ritrova lontana dalla famiglia, con la sola possibilità di suonare saltuariamente un pianoforte in casa del dottore per poche ore. “…Il medico che mi ha in cura mi aveva consigliato di passare l’estate in Svizzera sia per il cambiamento propizio alla mia salute, sia perché il dolore per la morte di mia madre mi aveva molto abbattuta e il mio stato di salute ne aveva molto risentito. Attualmente sto meglio. La schiena va benissimo e presto non dovrò portare il mio busto di celluloide. Sono molto preoccupata perché la guerra è più violenta che mai…”

La sua carriera riprenderà dopo la guerra: si esibisce con successo in Europa ed in America, ma senza che questo la porti ad affermarsi in modo definitivo e soddisfacente. Il suo carattere difficile e l’estrema autocritica, non invitano nessun agente a promuoverne la carriera. Trova comunque appoggio presso personalità e famiglie che la sostennero anche economicamente come la famiglia Demarais e la principessa Polignac di cui diviene pianista accreditata. Intanto la sua capacità interpretativa riceve l’ammirazione di molti musicisti come Horowitz con il quale suonò a due pianoforti.

Oltre alla sicura abilità tecnica, in lei stupiva il rigore dello studio rispettoso dei segni della partitura che si traduceva nella sua libertà interpretativa, nella chiarezza del fraseggio e l’impeccabile gamma delle sonorità: nessuno come lei sapeva essere espressiva fin nei dettagli. In lei c’era una duplice consapevolezza: arrivare alla perfezione esecutiva e dominare la propria inevitabile fragilità umana ed emotiva : “…Ahimé sì, bisognerebbe lavorare molto senza sosta per mesi o per lunghi anni prima di poter affrontare il pubblico con calma e la padronanza necessarie, questo lo so. Ma come riuscirci?…”

Nel periodo tra le due guerre mondiali, la sua attività si riduce ulteriormente. In una lettera ad un amico si legge: “..è strano come a Parigi le cose non abbiano mai funzionato. Forse perché non indosso pellicce e non mi vesto di rosso…” E poi nel settembre 1939 un’altra lettera: “… sono molto preoccupata e non ho nessuno con cui parlarne. Qui tutti i miei concerti sono stati annullati. Mia sorella mi ha detto che nessuno straniero potrà suonare alla radio, quindi non avrei nessun lavoro laggiù. Che dire? Che fare? Ditemi dove andare. Dove sono a casa mia? da nessuna parte. Forse nell’altro mondo…” Clara è ebrea ed arriva a Marsiglia con i Musicisti dell’Orchestra Nazionale di Francia. Qui riceve la protezione della contessa Pastré che si occupò di salvare molti artisti fra cui anche Clara che venne arrestata dalla polizia e rilasciata proprio per intercessione della Contessa. Sempre a Marsiglia, nel 1942, deve sottoporsi ad una rischiosa operazione al nervo ottico dalla quale si riprende in modo sorprendente. Poco tempo dopo, nonostante le sue esitazioni, raggiunge Vevey in Svizzera, dove vivrà gli anni più belli, accolta da una famiglia di musicisti che la circondò di sereno affetto facendola diventare parte della famiglia. Finalmente ha un appartamento tutto suo, non grande, dove il pianoforte occupa la maggior parte dello spazio, ma ne è contenta. Scrive alla sorella: “…Cara Jeanne, l’alloggio è bellissimo, non c’è rumore e mi preparo il caffelatte tutte le mattine. A parte un paio di cosette, ho tutto, ma non potrei invitare nessuno nemmeno per un té perché ho una tazza e due piatti di bachelite e basta. Ma del resto mi piace di più così. E’ più semplice…”

Veduta di Vevey

Dopo la guerra ottiene il passaporto svizzero, riprende a suonare in pubblico e finalmente, nei primi anni ’50, riesce a comprare uno Steinway a coda che rimarrà l’unico pianoforte da lei posseduto. A 47 anni conosce Michel Rossier: lei, che si riteneva ormai già vecchia, trovò in Michel un consigliere prezioso, discreto e benevolo che la spinse a smettere di rifiutare concerti ristituendole fiducia, aiutandola nella scelta del repertorio, in pratica spingendola ad avere davvero una carriera. “…Caro Michel, devo dirvi che se ho ripreso fiducia e tengo concerti con piacere è grazie a voi. Mi serviva la vostra indulgenza, la vostra amicizia straordinaria per non mandarmi a quel paese quando ho iniziato ad enumerare i pericoli, le difficoltà, i timori che mi assalgono all’annuncio di un concerto. Senza la vostra insistenza così affettuosa non avrei accettato più nulla o sempre meno. Avete salvato una naufraga e non potrò mai ringraziarvi abbastanza per questo…”

E’ così che Clara riprende a suonare in Europa, in America e ad incidere insieme a grandi Direttori d’orchestra come Karajan o Ferenc Fricsay con il quale inciderà alcuni concerti per pianoforte di Mozart che rimangono un esempio sublime della sua arte. Come scrisse un giornalista all’epoca su un giornale viennese: “Clara Haskil fu mandata sulla terra per suonare Mozart”. Ma il suo repertorio non è solo mozartiano: Beethoven, Scarlatti, Schumann sono tra gli Autori che rivelano più intensamente le sue qualità musicali eppure, nonostante il successo e l’ammirazione che suscita ovunque, in lei non c’è traccia di compiacimento: “…Perché ho successo? In alcuni Paesi ho molto successo anche solo con Mozart. Cos’é che emoziona alcuni fino alle lacrime? Di certo non la brillantezza o cose di questo tipo, né delle considerazioni personali. Man mano che la mia celebrità si afferma, il sentimento di responsabilità si accentua di pari passo…” Nonostante i suoi dubbi, il pubblico l’adora ed è ammirata da celebri musicisti, importanti personalità della cultura internazionale. Riceve anche la medaglia di Cavaliere della Legion d’Onore e a Vevey diviene molto amica di Charlie Chaplin che vi si era stabilito dopo essere tornato dall’America alla fine degli anni ’50.

Clara con Grumiaux, D. Lipatti, C.Chaplin, I. Markevitch. P. Casals

La sua figura minuta, ripiegata su stessa seduta al pianoforte é una delle immagini più commoventi: chi assisteva ai suoi concerti racconta che negli ultimi anni entrava in scena incerta, camminando lentamente con i capelli costantemente in disordine, ma poi, quando le sue bellissime mani iniziavano a suonare non restava che l’incanto e la meraviglia della Musica.

Clara muore a Bruxelles, nel 1960, in seguito ad un banale incidente occorsole a seguito di una caduta avvenuta scendendo da un treno.

Storie di piazze, canali ed anguille

Le piazze italiane sono sempre una sorpresa: anche in piccoli centri urbani, i palazzi e i monumenti che vi si trovano sono sintesi di un pensiero che racconta chi abita quel luogo e la storia che lo ha attraversato. Anche Cento è una piccola città con una piazza sorprendente erede dell’antico dominio estense dominata dal cinquecentesco Palazzo del Governatore e dalla statua del Guercino, il suo più illustre figlio. Oggi risuona delle grida del Carnevale dei bambini perché la recente pandemia ha limitato la più celebre e famosa sfilata di carri e maschere.

Piazza di cento

A pochi passi dalla piazza ecco la rubiconda e festosa facciata del Teatro Borgatti e poco più avanti l’antico e massiccio castello della Rocca, una fortificazione trecentesca difensiva oggi, più pacificamente, adibita a sede espositiva.

Il teatro Borgatti (facciata), palazzo nella piazza del governatore, palazzo del governatore, antico castello della Rocca, palazzo trecentesco.

Poco distante da qui le voci dei bambini si perdono e si confondono con quelle di una manifestazione dove le bandiere della pace stanno assieme a quelle giallo blu dell’Ucraina. Ci fermiamo per ascoltare perché, nonostante questo bellissimo cielo azzurro che sembra smentire la nostra pena, ci opprime sapere che non lontano da qui si sta consumando una guerra di dolore e distruzione. La sera oscura ormai palazzi e strade: la notte si annuncia fredda come i pensieri raggelati dalle notizie che arrivano lasciando una scia di disagio e inquietudine.

Comacchio

Ed eccoci a Comacchio. Qui il tempo è più lento, scorre pigramente come l’acqua lungo i canali che vibra in superficie carezzata dal vento: un quieto silenzio accompagna i nostri passi sulle strade quasi deserte animate solo da piccoli gruppi di curiosi turisti. Le case basse, quasi tutte a due piani, costeggiano ordinatamente il corso dei canali collegati da ponti in mattoni rossi. Svettano in alto, campanili aguzzi e torreggianti e il vento freddo di bora rischiara l’aria del giorno rendendo più netti i contorni di un paesaggio urbano che un poco ricorda inevitabilmente Venezia, ma una Venezia più modesta, dimessa, placida e tranquilla.

Scorci dei canali Comacchio con i “Trepponti” e la Torre civica di notte.

Dal lungo porticato della Chiesa di S. Maria in Aula Regia, si accede alla Manifattura dei Marinati, il luogo dove una antica tradizione permetteva la salagione e la marinatura dei pesci di valle ed in particolare delle anguille.

Nei numerosi ristoranti che offrono succulenti piatti a base di anguilla, è facile vedere, appesa sulle pareti, la foto, in bianco e nero, di una giovane e procace Sofia Loren che pubblicizza il prodotto della Manifattura. Un poco mi ha meravigliato, ma poi ho capito.

Visitando la Manifattura dei Marinati, un esempio di archeologia industriale ben conservato, si può assistere alla visione di interessanti filmati dell’Istituto Luce che illustrano il lavoro e la elaborata tecnologia manuale che presiedeva alla marinatura: donne e uomini avevano compiti diversi ma ugualmente impegnativi. Le donne in particolare erano addette alla sala dei fuochi dove le anguille, catturate con sistemi elaborati e sistemate su lunghi spiedi, venivano cotte per essere successivamente salate e coperte di aceto per la conservazione.

Sala dei fuochi presso la Manifattura dei Marinati, il prodotto finito, la Loren nell’immagine pubblicitaria

Tra i filmati che guardo c’è anche la breve sequenza di un vecchio film, “La donna del fiume”, diretto da Mario Soldati su soggetto di Moravia e Flaiano e dialoghi scritti da un esordiente Pasolini. Il film racconta la storia di una giovane addetta ai fuochi della Manifattura: la protagonista è proprio Sofia Loren ed ora mi spiego le foto che trovo in ristoranti o altri negozi.

Ed infine eccoci in una assolata passeggiata sul vicino lungomare di Porto Garibaldi fitto di stabilimenti balneari oggi chiusi in attesa dell’estate. E qui, nascosto tra gli alberi di uno dei tanti viali, c’è un piccolo, semplice monumento in ferro che ricorda una malinconica pagina della nostra storia: vi è ritratto l’eroe dei due mondi, in piedi, su una barca circondata da un fitto canneto accanto ad Anita che in questi luoghi, allora sicuramente molto meno accoglienti, si spense tra le sue braccia.

Monumento a Garibaldi e Anita

Vera Cooper Rubin

“…Soprattutto se sei una donna, in un campo dominato dagli uomini, non smettere di sognare i tuoi sogni...” Lo disse Vera Rubin alle sue giovani studentesse come augurio, incoraggiamento, ma potrebbe essere ancora una sorta di Mantra da ricordare per tutte le donne. Perché Vera Rubin, che aveva provato sulla sua pelle le difficoltà per la propria affermazione, non smise mai di lottare contro la discriminazione delle donne a cui erano preclusi percorsi professionali soprattuto in ambito scientifico.

Vera Cooper Rubin

Vera era nata nel 1928 a Filadelfia in una famiglia di immigrati ebrei della Lituania. Il padre Philip Cooper, ingegnere meccanico, incoraggiò gli interessi della figlia che fin da piccola si appassionò all’astronomia. Quando più tardi, dopo il College, decise di continuare gli studi all’Università di Princeton, si vide rifiutare la sua candidatura perché negli anni ’50, le donne non erano ammesse e questa esclusione durò fino al 1975. Vera non si scoraggiò e trovò il modo di proseguire i suoi studi dove studiava il marito Robert Rubin: fu quindi prima al Cornell University e successivamente alla Georgetown University come dottoranda. Qui i corsi si tenevano in tarda serata e suo marito le fu di grande aiuto: tutti i giorni la accompagnava per poi aspettarla dato che Vera non sapeva guidare.

Vera Rubin intorno agli anni ’60

Vera passò al Carnagie Institution di Washington dove incontra l’astronomo Kent Ford che aveva creato uno spettroscopio capace di misurare la rotazione delle galassie. Vera otterrà il dottorato sostenendo che le galassie non sono distribuite in modo omogeneo nell’universo, ma secondo ammassi delimitati da zone apparentemente vuote. Intanto Vera è incinta del secondo figlio, lavora part time come insegnante, si occupa delle faccende domestiche e porta avanti i suoi studi di astronoma. Nel 1965 Vera, ormai madre di quattro figli, raggiunge una discreta fama perché è la prima donna ad avere il permesso di utilizzare gli strumenti del Palomar Observatory e quando la sua notorietà comincia ad avere un’eco più importante il Washington Post titola: “Una giovane madre scopre il centro della creazione attraverso il moto delle stelle”. Vera dunque, era considerata più come mamma che come astronoma e i colleghi vedevano ancora con scetticismo le sue conclusioni.

Vera con i suoi figli

Essere una scienziata donna è stata la sfida pienamente accettata da Vera: “…Ho quattro figli e io e mio marito ci dedichiamo a loro completamente. Per tanti anni ho lavorato part-time, tenendo una parte dei miei studi a casa, in salotto, mentre con un occhio guardavo i bambini. Secondo me, il numero di donne nel mondo accademico scientifico è ancora patetico. Per il semplice fatto che gli uomini in passato erano in numero maggiore e poi hanno continuato ad assumere gente che era come loro, così era più facile capirli, con la stessa prospettiva su tutto e fanno cose sostanzialmente nello stesso modo. Ma adesso le cose devono cambiare…”

Vera a Mount Palomar nel Dicembre del 1965, quando era ancora la prima donna ad essere stata autorizzata ad utilizzare gli strumenti dell’osservatorio.

Sarà il suo lavoro all’Osservatorio di Palomar che porterà Vera, qualche anno più tardi, alla scoperta più importante. Vera osservò che le stelle esterne delle galassie a spirale si muovevano troppo velocemente: secondo le leggi di Newton le stelle periferiche in una galassia avrebbero dovuto avere un moto più lento rispetto a quelle più interne. Non solo: già osservando le stelle della galassia Andromeda, era stato notato che quelle della sua periferia ruotavano così velocemente che avrebbero dovuto essere proiettate lontano, se l’unica massa a tenerle insieme fosse stata la materia visibile ai telescopi. Era necessario postulare l’esistenza di qualcosa che non si poteva vedere né rivelare con gli strumenti a disposizione, ma aveva effetti enormi, che non emetteva onde elettromagnetiche, ma aveva una massa e contribuiva a modificare lo spazio-tempo. Dopo innumerevoli osservazioni non rimaneva altro che ipotizzare la presenza di una materia oscura intorno alle galassie, una massa gigantesca e invisibile, di cui Vera fornì calcoli dettagliati, capace di una forza gravitazionale tale da tenere le stelle all’interno della galassia. Gli astronomi dovettero accettare l’ipotesi di Vera che divenne così la “dark lady”, la donna della materia oscura. Osservazioni successive hanno confermato le conclusioni di Vera anche se ancora la misurazione della materia oscura sfugge agli strumenti attualmente utilizzati. Nuove prospettive vengono dagli studi sulle onde gravitazionali che proprio molto recentemente sono state rilevate per la prima volta. Queste onde sono generate dai moti di grandi quantità di massa, che alterando la gravità modificando lo spazio-tempo. Possono dunque rivelare la presenza di materia che non riusciamo a osservare per mezzo delle onde elettromagnetiche. Le più recenti misure indicano che la materia oscura costituirebbe circa l’86% della massa dell’universo.

Grafico relativo alla distribuzione della materia oscura nell’universo

Vera se n’è andata nel dicembre del 2016, ma ha continuato a battersi fino alla fine dei suoi giorni per le pari opportunità in ambito scientifico anche se, durante un’intervista del 2000, dovette osservare che “…le cose non stanno cambiando o cambiano troppo lentamente…”

Sophia Wilhelmina di Prussia

Certo che per le donne, in passato e forse ancora oggi, non è mai stato facile far valere le proprie doti anche quando nascevano in famiglie importanti e privilegiate. Se poi avevano un fratello era quasi sempre inevitabile che le maggiori cure e attenzioni fossero per lui. Nei casi più fortunati poteva capitare che ricevessero la stessa educazione del fratello, ma, al momento giusto, era per lui che si predisponeva il futuro, riservando alla sorella un inevitabile destino matrimoniale, domestico o conventuale. E mi vengono in mente tante “sorelle” di uomini celebri: Nannerel, la sorella di Mozart, Paolina di Leopardi, Camille di Paul Claudel o Fanny sorella di Felix Mendelsshon. Tutte donne vissute nell’ombra di un fratello che, quando andava bene, dava prova di stima nei riguardi della sorella senza, comunque, intervenire per cambiarne la sorte. Sophia Wilhelmina era anche lei una sorella e sorella di un re, precisamente di Federico II di Prussia: meno celebre del fratello, con il quale mantenne sempre una forte intesa, ne fu la degna sorella lasciando importanti testimonianze del proprio valore.

Sophia Wilhelmina e Federico II di Prussia

Come il fratello ricevette un’educazione dominata dalla dispotica presenza del padre, Federico Gugliemo I, che non risparmiava a tutti i suoi figli un trattamento molto simile al regime autoritario che distinse la sua politica. Alla severa corte prussiana la galanteria settecentesca non riceveva tanti favori: oltre tutto tutti i membri della corte erano spesso preda di forti disagi e malattie anche gravi. Sophia si ammala di vaiolo e per più volte, ma, come scrive nelle sue memorie, è sempre confortata dalla presenza del fratello: “…mio fratello, che aveva già avuto il vaiolo, non mi abbandonò: veniva a farmi visita due volte al giorno…per nove giorni fui in grave pericolo…il vaiolo mi tornò per tre volte: si essiccava e ricominciava di nuovo. Ciò nonostante non rimasi per niente sfigurata e la mia pelle anzi migliorò, divenne più bella di quanto non fosse stata prima…”. L’intesa di Sophia con il fratello diviene un legame che li unisce nel comune amore per la Musica, le letture importanti e l’insofferenza per il collerico padre: “…Il mio caro fratello veniva a passare tutti i pomeriggi da me, leggevamo, scrivevamo insieme e provvedevamo a coltivarci lo spirito…”

Nel 1731, all’età di ventidue anni, Sophia, secondo i progetti della madre, la regina Sofia Dorotea, avrebbe dovuto sposare Federico principe di Galles, ma, per ragioni di opportunità politiche, il padre si oppose violentemente: “…Le dispute sul mio matrimonio si rinnovarono. Non c’erano che litigi e dissensi, tutti i giorni….La collera del re arrivò a tal punto da indurlo a cacciarci, mio fratello e me, con l’ordine formale di comparire in sua presenza solo alle ore dei pasti..” Fu così che Sophia divenne la moglie di Federico di Brandeburgo discendente di un ramo degli Hohenzollern e Margravio di Bareith.

Federico di Brandeburgo

Sophia non si nasconde le difficoltà di un matrimonio voluto da altri descrivendo il suo sposo con estrema franchezza: “…Questo principe..era più bello che brutto, la sua faccia falsa non attirava affatto e la si può mettere nel novero di quelle che non promettono nulla di buono; la sua magrezza era estrema e le sue gambe storte come quelle dei cani; non aveva buon aspetto nè grazia, quantunque si sforzasse di darseli…ritengo che in fondo non fosse di cattivo cuore; la sua popolarità gli aveva attirato l’amore dei suoi sudditi; nonostante il suo poco talento, era dotato di molto spirito di penetrazione e conosceva a fondo i componenti, il suo ministero e la sua corte…” Sophia, divenuta Margravia di Bareith, riesce ad imporre ai vertici del governo alcune figure di sua fiducia che, eliminando la forte corruzione, risanano le casse dello stato permettendo di disporre di nuove ricchezze destinate alla fondazione dell’Università, alla creazione dell’Accademia di belle Arti e alla costruzione del nuovo teatro di corte, un luogo di meraviglia e uno degli esempi più celebri del barocco.

Il teatro di corte di Bareith

Bareith, così rinnovata, divenne una nuova piccola Versailles e un nuovo centro culturale che Sophia, avvalendosi anche della stretta intesa con il celebre fratello, seppe animare con la presenza delle menti più brillanti dell’epoca. Il piccolo regno di Sophia, che più tardi diverrà luogo d’elezione e tempio della Musica per Wagner con il rinnovato nome di Bayereuth, vive un periodo di sfavillante celebrità nonostante i tradimenti del re che, senza troppi riguardi per la consorte, impone a corte la sua amante.

Sophia coltiva le sue doti mantenendo una corrispondenza con Voltaire e, memore dei duetti che usava eseguire al clavicordo insieme al celebre fratello al flauto, si dedica alla composizione musicale scrivendo, oltre a diversi brani strumentali e complessi da camera, anche un’opera, l’ “Argenore”, su libretto dell’italiano Galletti, allestita nel 1740 in occasione del compleanno del marito.

Una lettera alla famiglia del barone J. F. von Bliesfeld restituisce, un poco, il ritratto di Sophia: “…Parla poco, in special modo a tavola, ma tutto ciò che dice è intelligente. Sembra possedere un fondo di genio, che arricchisce con la continua lettura dei migliori autori francesi…Il suo portamento, il suo aspetto sono insieme maestosi, regolari e privi di qualunque forzatura…Si nota di primo acchito che è qualcosa di più della consueta dama…”

Maria Bashkirtseva

Leggere biografie, lettere, diari di personalità più o meno note, mi genera sempre una sorta di curiosità mista ad imbarazzo. E’ un po’ come entrare nelle stanze private di persone che rivelano le proprie intimità e i segreti che nelle opere pubbliche non sono sempre così evidenti restituendoci la verità umana del proprio vissuto. Maria Bashkirsteva ci ha lasciato un diario che scrisse ininterrottamente dall’età di quindici fino agli ultimi suoi giorni: pubblicato postumo, nonostante le arbitrarie correzioni della madre che ne curò l’edizione, resta un documento straordinario che all’epoca ebbe un notevole successo, ma che soprattutto rivela la personalità di questa eccentrica e stravagante donna ossessionata dal desiderio di raggiungere la celebrità.

Foto di Maria Bashkirtseva

Maria nasce nel 1858 da una famiglia della piccola aristocrazia di Gavrontsi, un piccolo paese russo attualmente in Ucraina e, fin dall’età di tre anni, comincia ad apprendere una quantità di discipline diverse: educata soprattutto dal nonno paterno, studia le lingue antiche, impara a parlare fluentemente francese, inglese, italiano e si appassiona soprattutto a Musica e letteratura. Dopo la separazione dei suoi genitori vive con la madre in varie nazioni europee fino a stabilirsi a Nizza: qui, a quattordici anni, comincia a scrivere il suo diario dove annota le sue toilette, l’ammirazione che riceve sulla promenade des Anglais, i libri che legge, le lezioni che segue, le liti con la madre e i moti del suo animo inquieto. Da subito appare evidente la sua decisa volontà di diventare famosa e per questo la sua attività si fa frenetica. E’ già esigente con se stessa e con i suoi maestri: “…Ho aspettato l’insegnante per un’ora e mezza; lei, come sempre, è in ritardo. Sono fuori di me con fastidio e indignazione. Grazie a lei, spreco il mio tempo. Dopotutto, ho 13 anni, e se perdo tempo, cosa sarà di me? .. C’è così tanto nella vita, e la vita è così breve! …”

Quando, molto presto, decide di diventare una grande cantante, una iniziale tubercolosi le compromette la voce. Si dedica dunque alla pittura esponendo presto alcune sue opere che ricevono ammirazione. Nel frattempo alcuni scandali coinvolgono la famiglia: la madre e la zia subiscono un processo perché accusate di essere coinvolte nella morte del marito della zia. Nonostante siano poi scagionate, i pettegolezzi non mancano. Oltre tutto la madre vive da sola in Francia senza il marito che è rimasto in Russia e ciò l’allontana dai salotti che contano: Maria sfoga tutta la sua rabbia nel diario stigmatizzando il comportamento della sua famiglia che, non solo non l’aiuta nel suo intento di diventare famosa, ma renderà necessario lasciare Nizza per Parigi. Nella capitale francese si iscrive all’Académie Julian dove si iscrivevano le donne a cui era impedito accedere all’École des beaux arts e confida al suo diario: “… Ce n’è abbastanza per mettersi a piangere. Perché non posso andare lì a studiare? Dove andare per avere quegli insegnamenti?…Se mai diventassi ricca fonderei una Scuola d’Arte per le donne…”

Alcuni dipinti di Maria Bashkirsteva: “Ombrelli”, “Autoritratto”, “Bambini”, “Ritratto”

Per raggiungere il suo scopo, lavora freneticamente, cerca contatti sociali e amicizie con Dumas, Zola, Maupassant ed invita nella sua casa i suoi insegnanti d’arte: Rodolphe Juliene e Tony Robert Fleury, ma soprattuto stringe amicizia con il pittore Bastien Le Page che ammira incondizionatamente. Pur ignorando gli Impressionisti, la sua pittura, naturalistica e vibrante di vita, trae ispirazione dalla scene di strada in cui emergono, commoventi e veri, intensi ritratti di bambini. Già minata dalla tubercolosi, non si perdona nessuna sosta e continua incessantemente a lavorare negando anche all’amore qualsiasi validità o autenticità assillata com’è dal desiderio di raggiungere la fama solo con la sua arte. Una sua frase, scritta con lo pseudonimo di Pauline Orrel, per il giornale femminista “La Citoyenne”, divenne famosa: “Amiamo i cani, adoreremo solo i cani”. Espone le sue opere al Salon di Parigi dal 1880 al 1884 ottenendo una menzione d’onore per “L’incontro” un dipinto che oggi si trova esposto al Musée d’Orsay.

L’incontro

Maria sa di essere malata e che non le resta molto tempo da vivere. “…Sono malata a morte e mi applico un immenso vescicatorio sul petto. Provatevi, allora, a dubitare del mio coraggio e del mio desiderio di vivere…Se muoio sarà l’indignazione davanti alla sciocchezza umana ch’é infinita come dice Flaubert…” Nonostante tutto continua a lavorare ai suoi quadri trovando un altro modo di dipingere, seduta in un fiacre per spiare gli angoli della strada che le si presentano davanti: “…ora lavoro dalla cinque alle sette in vettura. Faccio fare una fotografia dell’angolo che dipingo per avere le linee del marciapiede ben esatte…” Ma non basta: si applica anche alla scultura adottando ancora una volta uno stile naturalistico: “Sadness of Navskaya”, attualmente al Musée d’Orsay, è il risultato di due anni di lavoro terminato l’anno della sua morte.

Sadness of Navskaya

Si stenta a credere che questa giovane donna, nell’arco di soli dieci anni, abbia potuto produrre una quantità di opere tanto considerevole. Molte di queste andarono distrutte per mano dei nazisti durante la seconda guerra mondiale, ma ne sono sopravvissute almeno una sessantina. Maria muore il 31 ottobre 1884 ad appena venticinque anni lasciandoci testimonianza di una lucida consapevolezza del suo valore e della fierezza cha accompagna il lavoro dell’arte: “…I veri artisti non possono essere felici; in primo luogo, sono ben consapevoli del fatto che la folla non li capisce, sanno che lavorano per alcune centinaia di persone, e tutti gli altri sono guidati nei loro giudizi dal loro cattivo gusto o da qualche tipo di Figaro. L’ignoranza in materia di arte è davvero terrificante in tutte le classi della società… “

Autoritratto di Maria Bashkirtseva

M come memoria…e Mozart

Per una strana coincidenza il 27 gennaio, durante il quale ogni anno si celebra il giorno della Memoria, è lo stesso giorno in cui nel 1756 nacque Mozart. Lo so: può sembrare un accostamento perfino irriverente, ma per me, come forse per tanti musicisti e appassionati, questa giornata assume un doppio valore. E’ giustamente e innanzi tutto, una giornata che ricorda l’apertura dei cancelli di Auschwitz che rivelarono al mondo le atrocità compiute dal regime nazifascista. Tra le tante vittime dell’Olocausto è giusto ricordare che vi erano anche tanti artisti inclusi nella cosiddetta Entartetekunst (Arte degenerata) che comprendeva molti grandi compositori di inizio Novecento, nonché, più in generale, correnti innovative come il jazz.

Io non so se oggi basta celebrare il giorno della Memoria o viviamo una Memoria tradita quotidianamente da un mondo ancora troppo ingiusto, dominato da conflitti e discordie, spregiudicati mercati finanziari, riemergenti ideologie razziste, nuovi e grandi problemi generati dai cambiamenti climatici o la recente pandemia. La Memoria dovrebbe insegnare a non ripetere errori, ma, si sa, la storia non è sempre maestra di vita. Eppure ci sono persone di buona volontà che affannosamente riescono a creare speranza e orizzonti più sereni, ma la loro voce è ancora troppo flebile: le nuove generazioni dovranno gridare forte il loro desiderio per un mondo migliore perché non sarà facile farsi ascoltare e costruire nuovi progetti di vita.

L’intelligenza umana è una ben strana cosa: da una parte è stata capace di inventarsi Auschwitz con tutto il suo orrore, dall’altra ha creato meraviglie sublimi come l’Adagio del Concerto per clarinetto e orchestra K622 di Mozart. La composizione nacque dalla conoscenza di Anton Stadler, fratello massone del compositore e virtuoso di grande abilità che permise a Mozart di sperimentare tutte le potenzialità dello strumento fino ad allora ancora poco esplorate. Il clarinetto è anche uno degli strumenti, insieme al violino, che caratterizzano la musica Klezmer del mondo ebraico: negli Shtetl e nei ghetti la musica, soprattutto nelle comunità chassidiche dove era più praticata, aveva un ruolo importante e accompagnava i matrimoni, i funerali o occasioni diverse di vita quotidiana.

Questo è solo un mio personalissimo pensiero, ma mi piace credere che proprio l’Adagio del Concerto, per la sua bellezza e la forte, toccante connotazione malinconica, possa essere un altro modo di celebrare la giornata della Memoria.